Il tutto è iniziato con la donazione di cento chili di pane al giorno da parte di un panettiere cittadino ed oggi l’associazione conta più di cinquanta volontari che, quotidianamente, si impegnano per raccogliere e distribuire il cibo e i vestiti, oltre ai medici che offrono la loro assistenza gratuita nel nuovo spazio per le ecografie e nel laboratorio odontoiatrico. Quella compagine di gente che sosta lungo la via è lo specchio di una crisi che colpisce Sassari e che, in minore, riflette una realtà italiana già sufficientemente raccontata sui giornali e dalla televisione.

 

Uno “spettacolo”, questo, che viene visto tutti i giorni da migliaia di Sassaresi che percorrono quella strada in macchina, ma a passare in mezzo a quelle persone la percezione è differente. È composta prevalentemente da italiani, ma è presente anche qualche straniero. I più sono vestiti dignitosamente. Mentre mi recavo all’appuntamento con Meloni ho condiviso alcuni momenti con loro. Ho percepito gli umori, ne ho respirato il clima. Non ho fatto nessuna domanda: non era il caso. Qualcuno mi guardava con sospetto. 


Era comprensibile. Una persona in più significherebbe un pacco in meno. Ma la maggior parte non badava a me. Alcuni parlavano tra di loro del “servizio” offerto e della razione della giornata; altri pensavano ai fatti propri. C’era chi guardava in basso e cercava di evitare lo sguardo di chi gli stava vicino. Una signora di mezza età camminava a passo svelto dal lato opposto della fila. Aveva già ritirato il sacchetto. Copriva il viso per pudore. Aldo Meloni è puntuale, impeccabile ed elegante come un uomo d’altri tempi, papillon annodato a mano. «Ormai questa è la mia prima casa», scherza - ma neanche tanto - mentre mi porge la mano. Inizia la visita guidata nella struttura.

 

Il dato relativo ai frequentatori della “Casa” è allarmante. Mi conferma che sono cinquecento al giorno? «Mediamente sì, ma consideri che si tratta di oltre cinquecento presenze quotidiane. Il che significa che non stiamo parlando sempre delle stesse persone. La metà - duecento, duecentocinquanta circa - è composta dalle famiglie che si rivolgono a noi quotidianamente, a cui va aggiunto un altro flusso di presenze variegato che cambia di giorno in giorno.»

 

Quindi, a conti fatti, le persone che si rivolgono a voi sono molte di più. «Sì. Tenga presente che abbiamo anche iniziato silenziosamente un servizio a domicilio. Questo perché, da una parte, c’è qualche infermo che non può fare la fila e, dall’altra, esiste qualche benestante decaduto che, altrimenti, si lascerebbe morire di fame. Persone note ai nostri volontari che si sono fatti carico di aiutarli portandogli a casa un sacchetto in maniera che anche queste persone possano mangiare.»

 

Quanti sono in totale i vostri volontari? Contando solo gli operativi, abbiamo superato le cinquanta persone. Il numero è buono, perché qui c’è tanto da lavorare. E abbiamo iniziato a diversificare un po’ tutte le nostre attività, che non sono poche… 

Possiamo elencarle? «Evangelicamente parlando, siamo nati per dare da mangiare agli affamati. Più avanti ci siamo resi conto che la gente era svestita e ci siamo impegnati anche nella raccolta dell’abbigliamento. Al periodo stavamo ancora nei locali di Sant’Agostino ma poi, all’improvviso, ci siamo ritrovati per strada. La Provvidenza ha voluto che incontrassimo il Presidente della Provincia, Alessandra Giudici, che ci ha messo a disposizione questi locali. Al periodo erano in totale abbandono, un vero e proprio letamaio con lettiere di guano di piccione, per non parlare delle battaglie che abbiamo intrapreso e vinto con scarafaggi e topi. Le dico che, tra una cosa e l’altra, abbiamo impiegato non meno di quarantamila euro per rimettere tutto a posto. Questo grazie ai mezzi che abbiamo reperito. Posso dire che non dipendiamo da nessuno se non dalla generosità di altri cittadini, ma niente di più. Quando siamo arrivati qua abbiamo avuto lo spazio necessario per un’altra serie di servizi che ci sentivamo di dover offrire. Per esempio: guardavo la fila e vedevo che la metà delle persone erano sdentate. I denti sono importanti e non solo per masticare ma anche per cercare un lavoro. Al giorno d’oggi l’estetica è importante. Quindi mi sono mosso e abbiamo organizzato un nuovo servizio: realizzare dentiere per chi ne avesse bisogno. In questo caso devo essere grato sia alla Asl che al Comune perché l’autorizzazione per questo tipo di servizi compete loro e ce l’hanno data in quattro e quattr’otto. Inoltre possiamo contare sulla collaborazione di persone meravigliose, come l’odontotecnico che offre il suo tempo. Le dirò di più: qui ci lavora lui, sua moglie e sua figlia. Tutta la famiglia. E con l'aiuto di un suo collega che lavora nel suo stesso ambulatorio, in meno di due anni ha impiantato trecento dentiere e ne ha in lavorazione altre cento. Andiamo veloci perché non abbiamo burocrazia. Chiediamo, ma nemmeno sempre, un certificato Isee se abbiamo qualche dubbio, ma altrimenti se una persona viene qua senza denti a noi basta: quello è il suo biglietto da visita. Inoltre siamo “A.L.I.Ce”, l’associazione per la lotta all’ictus cerebrale. Uno dei nostri risultati è stato far realizzare alla Asl la Stroke Unit, il reparto di pronto intervento per la cura dell’ictus e abbiamo fatto in modo che fosse infrastrutturata. È importante perché ogni tre minuti una persona viene colpita da questa malattia. Conosco bene questo problema perché otto anni fa mia moglie è stata colpita da ictus e se ci fosse già stata una stroke unit lei non avrebbe avuto i guai e il dramma esistenziale che invece ha sofferto. Sarebbe bastata una semplice flebo, una trombolisi. Ed è anche per via di questa esperienza che abbiamo aperto una stanza ai sopravissuti, a coloro che hanno perso la parola per colpa dell’ictus. Là stanno insieme e fanno una sorta di “auto cura”. Abbiamo una ex cantante lirica che è stata colpita dalla malattia e che ha recuperato la voce. Lei li fa cantare; uno di loro è un pittore emiplegico e gli ha insegnato a disegnare. Quei disegni che ha visto alle pareti sono stati fatti da loro. Inoltre abbiamo fatto forti pressioni perché venisse riaperta la vasca per gli invalidi, a “Lu Fangazzu”. A proposito di invalidi, ha mai notato quei cartelli che indicano “vuoi il mio posto, prendi il mio handicap?”» 

 

Sì, certo... «Anche quella è opera nostra. Mi è piaciuta l’idea, l’ho metabolizzata e il Comune ha installato i cartelli nei parcheggi per invalidi. Il tutto completato da un messaggio al cittadino perché chiami il Pronto Intervento.  Non è finito, tra le nostre attività abbiamo anche il centro per la tutela dei diritti. Quando una persona è in stato di difficoltà è capace che i propri diritti vengano calpestati. Quindi capita che qualcuno chieda un sussidio che gli verrà negato perché, magari, non si sa spiegare bene, o il diritto a una pensione di invalidità e via dicendo. Per questo abbiamo messo in piedi il centro. Abbiamo un centralino, si prende appuntamento con un gruppo d’ascolto che realizza un prospetto e se il problema esposto è alla nostra portata, bene, altrimenti abbiamo alle spalle una task force di avvocati, commercialisti e una serie di professionisti ai quali possiamo rivolgerci. Infine, un radiologo si è messo a disposizione  per fare ecografie gratuite. Questo servizio è partito da qualche settimana e sta già arrivando un bel po’ di gente. Lui viene ogni lunedì e fa quattro o cinque ecografie per volta.»

 

Dopo tutta questa marea di attività mi viene da chiederle quali saranno le prossime... «In realtà esiste un progetto già pronto che vorremmo far partire al più presto: un gruppo di avvocatesse si è reso disponibile a venire qua per assistere  le persone che hanno problemi di mediazione familiare. Come dicevo è tutto pronto, ma voglio abbinarlo all'ultimo progetto, il più difficile e che mi sta davvero a cuore: dei piccoli aiuti finanziari. Sarà il più complicato perché qui ci vorranno delle accortezze maggiori, avremo bisogno di un bel team, di persone che abbiano esperienze bancarie perché non possiamo farci imbrogliare e dobbiamo stare davvero attenti. Un conto è dare un abito, un altro conto è maneggiare somme di denaro. Chi avremo di fronte dovrà avere un bisogno reale e non potremo permetterci di trovarci davanti a un furbetto che cerca di fregarci. Sarà un piccolo aiuto finanziario della solidarietà. Insomma, non vogliamo che la gente si ritrovi senza corrente elettrica, senza acqua o che stia per essere buttata fuori casa perché gli mancano trecento euro. Non daremo grandissime cifre, però la peculiarità sarà che interverremo direttamente noi. Eccetto per alcuni casi, come quello di un ammalato che dovrà partire per un intervento. Abbiamo provveduto al biglietto per il viaggio, ad un alloggio ma ci rendiamo conto che avrà bisogno anche di un po’ di denaro liquido da tenere in tasca. Glielo daremo e confidiamo nel buon utilizzo che ne farà. Questo sarà davvero il progetto più complicato perché ci troveremo davanti a un assedio.»

 

Avete già dei fondi per coprire tutte le spese? «Una persona piovuta dal cielo mi ha dato massima disponibilità perché non vuole “piangere dopo” e versare la famosa lacrima ipocrita davanti alla notizia di qualcuno che si è tolto la vita; magari proprio perché è senza luce, senz’acqua o gas, perché ha perso la casa. Un disoccupato non avrà un lavoro, ma può continuare a vivere sperando. Ma se gli togli la luce o l’acqua o non gli dai un tozzo di pane... gli togli la vita. La gente si ammazza.»

 

Come si tiene in piedi una struttura come la vostra? Come siete organizzati? «Con tanta fatica. Come le dicevo siamo una cinquantina di volontari ( cinquantatre, cinquanta quattro) e qui è realmente volontariato. Svolgiamo tre turni con tre capiturno. C'è il gruppo di Sabato e del Lunedì; quello del martedì e del giovedì. Il tutto gestito da tre signore. Dal momento che le nostre attività sono solo diurne, presto arriverà anche una video sorveglianza. Era una cosa che avrei voluto fare da prima ma non volevo sottrarre soldi alle iniziative. Ora è possibile farlo ed è giusto investire anche sulla tranquillità.» 

 

A questo punto penso che chi ci sta leggendo si stia chiedendo che interessi
abbia Aldo Meloni. Perché fa tutto questo? «È giusto. Che dire? Sono un pensionato settantenne, ex dirigente bancario fatto fuori a cinquantatré anni nonostante lavorassi lì da quando ne avevo venti. Quindi, ho aperto la “Findomus”, un mio ufficio di consulenza che lanciai insieme a un altro ex bancario a cui, in seguito, ho lasciato l’attività.  Ho avuto l’opportunità di far arrivare in Sardegna la “Banca Euroimmobiliare”, di cui mi sono occupato per dieci anni. Non ho figli da collocare perché sono tutti collocati; non ho da sistemare nipotini perché la più grande ha cinque anni. È solo un problema di coscienza. Se vuole sapere di più, non ho problemi a parlarne. Oggi non ho con me i miei distintivi, ma sono anche un Libero Muratore, sto con il Grande Oriente d’Italia. I miei ideali sono quelli: libertà, uguaglianza, fratellanza e tolleranza. Io ci credo e cerco di portarli avanti. Otto anni fa ho pensato fosse il momento di impegnarmi concretamente. Non faccio politica e non mi interessano le candidature. Io sono candidato solo ad assistere mia moglie e questo mi basta. E cerco di assistere chi posso, perché so cosa significa il dolore e la sofferenza e perché anche io, quando ho perso il posto, mi sono trovato in un momento di grande sbandamento. Sì, avevo qualche spicciolo da parte ma a cinquantré anni che prospettive hai? Quindi, avendo interiorizzato quei valori di cui le parlavo e avendo vissuto sulla mia pelle momenti di terrore ho trovato giusto mettere a disposizione la mia esperienza. Nella mia vita non credo di aver raggiunto chissà quali grandi traguardima posso vantarmi almeno di uno: che sono un uomo libero. E quasi di buoni costumi che sono, poi, i capisaldi della Massoneria.»

 

La povertà le fa paura? «Assolutamente sì. Mi terrorizza. Nella vita sono due le cose terribili: La malattia e la miseria. Sono terrificanti. La miseria, poi, ti annulla completamente. Posso dire una cosa volgare? Un pacco di carta igienica costa cinque euro. Se non hai cinque euro non ti pulisci nemmeno il sedere.»


Nel vedere tutti i giorni scene di ordinaria miseria, con che stato d’animo torna a casa alla sera? «Fare un po’ di bene fa meglio a chi lo fa che a chi lo riceve. La metà delle persone che operano qua, se non facessero quello che fanno sarebbero in depressione. Il volontariato aiuta, fare del bene fa bene a chi lo fa. Mi dirà che in mezzo c’è un pizzico  di egoismo. Forse sì, ma è un egoismo buono.  Da noi viene addirittura una persona  colpita da Sla. Riesce a fare poco ma se non venisse da noi sarebbe già distrutta del tutto. E noi lasciamo che venga.» 

 

A proposito dei volontari. Chi volesse aiutarvi come può avvicinarsi a voi? «Il mio sogno è che vengano da noi un paio di pensionati che non abbiano esigenze economiche, con del tempo libero che gli permetta di essere disponibili tutti i giorni, per qualche ora. Abbiamo bisogno di qualcuno che guidi l’automezzo. Di questo ne abbiamo bisogno assoluto. Poi se ci fosse qualche donna ingamba che  voglia venire a fare volontariato, è benvenuta. Ma deve avere il tempo. Per questo mi rivolgo sopratutto ai pensionati. Chi viene da noi ha bisogno  di tempo libero e lo deve fare perché gli fa piacere stare insieme e lavorare con  le altre signore alla realizzazione dei pacchi, occuparsi del guardaroba che - lo avrà notato - è tenuto egregiamente. È uno splendore!» 

 

Devo ammettere che l’ordine e la pulizia che ho visto è notevole. C’è un bell’impegno nell’organizzazione. «È una struttura che funziona. Pensi che l’anno scorso abbiamo distribuito centomila capi d’abbigliamento. Un numero folle! E ci siamo ormai attestati intorno ai centocinquantamila sacchetti di viveri ogni anno.»

 

Cosa contiene un sacchetto?  «Il pane non manca. Poi dipende:  pasta, pelati, zucchero, legumi in scatola, del tonno e della carne in scatola, ma non molta. Anche l’olio di semi. Qualche volta il “Banco Alimentare” ci da del formaggio ma sono tre mesi che non ci danno niente. Fortuna che abbiamo del nostro e che chiediamo in giro, altrimenti saremmo andati male. Poi può arrivare la frutta. Non possiamo dare carne e pesce, ma qualche volta ci arrivano dei surgelati e li distribuiamo in un giorno, due al massimo. Come può vedere non diamo grandissime cose ma ogni giorno c’è di che mangiare.»

 

 

 da L'Opinione di Agosto 2013