La Casa. Parole, come di consueto scomode, di Aldo Meloni, presidente della Casa della Fraterna Solidarietà, la Onlus laica e apolitica, nata nel 2006 dall’idea di un gruppo di amici che a cena si resero contro dell’eccesso di cibo sulla loro tavola e decisero di fare qualcosa. Ora ogni giorno nella loro sede di corso Margherita di Savoia vengono distribuite almeno 300 buste alimentari, tra le 100 e le 150mila all’anno. Con dentro più di 50 tonnellate di pasta, decine di migliaia di litri di latte, 80mila euro all’anno di pane, regalato quasi totalmente dal panificio di Antonello Cesaraccio, dalla cui generosità 10 anni fa tutto ebbe inizio. E poi i quintali di verdura, comprati o raccolti da ciò che avanza al mercatino di Coldiretti del sabato. La frutta, che alcuni privati portano al centro a cassette. Le 300 porzioni confezionate per gli alunni delle scuole cittadine che avanzano ogni giorno, e che i volontari ritirano al bandiera gialla.

La commissione. Brillano gli occhi di Aldo Meloni mentre cita ogni grammo di cibo raccolto e distribuito dalla “Casa”. Lo ha fatto ieri mattina, all’audizione organizzata dalla V commissione consiliare, presieduta da Carla Fundoni, che ha deciso di affrontare con puntiglio e decisione l’universo delle associazioni legate alla povertà estrema. «Le ascolteremo una per una – spiega la consigliera Pd – per poter poi dare il nostro parere e il nostro indirizzo all’amministrazione su cosa si può fare, per reperire risorse, per distribuirle meglio. Ma soprattutto per fare in modo che le persone che hanno bisogno di aiuto diminuiscano invece che aumentare».

Il grande spreco. Idea condivisa da Meloni, che però aspettando il calo dei disperati rimane concentrato su come garantirgli da mangiare e da vestire: «Perché questo è il minimo, che noi non neghiamo a chiunque si presenti alla nostra porta». E qui arriva il primo grande appello di Meloni: «È incredibile, e indecente, quanto cibo viene ancora gettato. In Francia esiste una legge che lo proibisce. E non parliamo del privato, non sono resti quelli che vogliamo. Parlo della grande distribuzione. E dei produttori. Già ora in Italia la donazione di cibo in scadenza è fiscalmente deducibile. Eppure nonostante questo noi abbiamo un accordo solo con Careffour. So che la Sigma dona tutto al vescovo, e va bene così. Ma gli altri preferiscono tenere le cose sui banchi, magari un po’ scontate, fino al giorno della scadenza. E poi buttar via tutto. È immorale, inutile, incomprensibile. Penso che il Comune debba intervenire».

Il baratto. Ma non è solo di cibo che si occupa la “Casa”, che pure lo usa come unità di misura dei suoi baratti: «Abbiamo un charity shop – spiega Meloni – nel quale abbiamo bellissimi abiti, anche da sposa, donati dai negozi perché passati di moda. Li barattiamo con del cibo. E barattiamo tante delle cose che ci donano».

Con cibo o con soldi, che servono ad alimentare la cassa della Onlus che macina aiuti con numeri da capogiro: 50mila euro all’anno di bollette e bombole del gas, farmaci di fascia C (soprattutto antidepressivi e antinfiammatori), vestiti (100mila gli abiti donati), centinaia di giocattoli distribuiti nelle festa di Natale, Befana e Pasqua. Ma anche dentiere, oltre 630 in tre anni e mezzo, fatte da due dentisti e un’odontoiatra a costi bassissimi. «Ho sentito che l’università di Cagliari ha ricevuto un milione dalla Regione per farne 300 e regalarle ai poveri. Bel regalo, noi con un milione diamo aiuti per altri 10 anni».

La rabbia. E proprio ai soldi è dedicata la fine dell’audizione. Con Meloni che sventola lo specchietto con scritto dove vanno i 250mila

euro che il Comune dedica ai progetti sulle povertà estreme. «Quando l’ho vista non ha dormito. Poi ho sbollito. Perché io penso alla gente e non alla politica, a trovare due pacchi di pasta più che un milione di fondi promessi. So riconoscere bene però un’ingiustizia quando ne vedo una».